Il sovranista alle vongole

 

 

 

 

 

Salvini, i 5 Stelle e il caso Diciotti: l’intoccabile e gli ipocriti

29 Gennaio 2019

di MASSIMO GIANNINI

La vita dei migranti, in cambio della vita del governo. È una penosa commedia pirandelliana, quella che Conte, Salvini e Di Maio stanno recitando sulla pelle degli ultimi della Terra. Devono difendere l’indifendibile, come maschere di scena su una quinta dove nulla è davvero ciò che sembra.

Devono giustificare una scelta disumana: da trafficanti di voti, dichiarano guerra ai trafficanti di uomini negando i diritti fondamentali di chi chiede solo una speranza. Devono distrarre un Paese paralizzato: da finti patrioti, trattano piccole navi che vagano nel Mediterraneo col loro misero carico di disperati come una minaccia alla sicurezza nazionale. Devono salvare un governo innaturale: da gemelli diversi, giustappongono l’anima candida dei robespierre pentastellati con l’anima nera dei rodomonti leghisti. Per questo, i due vicepremier sono pronti a rinnegare se stessi, e a rimangiarsi tutto quello che hanno detto e giurato in questi mesi.

Non sappiamo se, sulla nave Diciotti, Salvini abbia davvero commesso il reato di sequestro di persona per il quale il Tribunale dei ministri chiede ora che sia processato (benché sia palese lo scandalo morale, prima ancora che penale, del suo operato). Non sappiamo nemmeno come voterà la Giunta del Senato, chiamata a dire sì o no alla richiesta dei giudici di Catania (che vorrebbero portare il ministro dell’Interno in un’aula di giustizia, sul banco degli imputati). Ma sappiamo che questa vicenda, sfuggita di mano al premier e ai due vicepremier, è una prova decisiva per la maggioranza gialloverde, che ne marchierà a fuoco la natura se non addirittura il destino.

Per Salvini la posta in gioco è insieme personale e politica. Il leader leghista è in seria difficoltà, forse per la prima volta da quando è entrato nella stanza dei bottoni. Ma gioca la sua partita da sovranista alle vongole con il solito cinismo e la consueta spregiudicatezza. Lo fa sul terreno che gli è più agevole e che gli sta dando ottimi frutti elettorali: la narrazione nazionalista, il mito della Piccola Patria, il suprematismo dell’Uomo Bianco. Merce di valore, a saperla vendere bene sul mercato delle nuove paure italiane. Il giorno in cui è indagato per sequestro di persona dal tribunale di Agrigento, sfoggia la divisa dell’Irriducibile. Fiuta una magnifica opportunità per sfidare le toghe, che a Genova stanno braccando la Lega sui 49 milioni di rimborsi elettorali spariti. “Grazie, così mi date più forza”, dice in diretta Facebook, ostentando l’avviso di garanzia come un trofeo.

Segue la riproposizione del vecchio teorema berlusconiano, che vuole il leader unto dal popolo al di sopra della legge: “Qui c’è un organo dello Stato che indaga un altro organo dello Stato, con la differenza che uno è stato eletto dai cittadini, l’altro non è stato eletto da nessuno”. Dunque, il Prescelto nell’urna è mondato da ogni peccato e da ogni reato. È convinto che le accuse cadranno presto, per questo va allo scontro frontale con i giudici. La successiva richiesta di archiviazione formulata da Zuccaro sembra spianargli la strada: il pm amico, che conduce da mesi una donchisciottesca battaglia giudiziaria contro le Ong, considera il divieto di sbarco “una scelta politica, non sindacabile dal giudice penale per la separazione dei poteri”.

Pare fatta: Catania è un “porto sicuro” per Salvini (non per il diritto). E invece arriva la richiesta di autorizzazione a procedere del Tribunale dei ministri, che stravolge il copione della recita. Il Capitano, lì per lì, non se ne rende conto. Ancora due giorni fa, in un comizio elettorale a Sulmona, fa la faccia feroce: “Non ho bisogno di farmi proteggere da nessuno, perché se uno ha la coscienza pulita va avanti come un treno… io dovrei essere processato perché ho difeso i confini e la sicurezza del mio Paese? Sono pronto, sono pronto…”.

L’ennesimo bluff. Da ieri Salvini ricambia divisa, e si mette quella dell’Intoccabile. Con un bel “copia-incolla” delle tesi di un altro magistrato amico (Carlo Nordio), ritiene che “l’autorizzazione a procedere debba essere negata” perché sulla Diciotti avrebbe agito “per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico” del quale il responsabile non è solo il ministro dell’Interno ma tutto l’esecutivo. Anche qui: non sappiamo se, giuridicamente, la tesi di Salvini sia fondata.

Ma sappiamo che, politicamente, questa è una velenosa “chiamata in correo” per l’intero governo, con la quale la Lega pone ai Cinque Stelle un’alternativa secca: o siamo colpevoli tutti, e allora vi autodenunciate alla Procura e votiamo tutti sì, o non è colpevole nessuno, e allora votiamo tutti no.

Hic Rhodus: dopo tante parole al vento, ecco la trappola che il Movimento si trova tra i piedi. Ed ecco che anche l’algido cielo pentastellato rischia di riempirsi con i buchi neri dell’incoerenza. Loro, che da Azzolini a Berlusconi hanno sempre votato sì a tutte le richieste di autorizzazione a procedere, possono cambiare voto proprio adesso, per pure esigenze di realpolitik? Loro, nemici giurati di tutte le Caste ed amici fedeli di tutte le procure, possono sacrificare la fedeltà a un ideale per garantire fedeltà all’alleato? I grillini devono decidere: se votano sì, rompono con Salvini, se votano no, rompono con gli elettori.

La scelta è difficile, ma una terza via non c’è. E a salvare la faccia o la poltrona, stavolta, non basta la mozione dei sentimenti del maduregno Di Battista, che sussurra “Di Maio avrebbe rinunciato all’immunità”. E non basta nemmeno il solenne editto cipriota di Conte, che dichiara “mi assumo la piena responsabilità delle politiche migratorie del governo e di quello che abbiamo fatto sulla Diciotti”. Parole solenni, dal vago sapore moroteo. Ma non è più tempo di convergenze parallele. Se passa il sì, muore il governo SalviMaio. Se passa il no, nasce il governo Salvini.